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Oratorio di Nostra Signora di Loreto e San Martino di Tours a Oneglia

Tipologia: Architetture/Edifici religiosi
Via Unione 7 - 18100 Imperia (IM)
Imperia Oneglia, Santuario di N.S. di Loreto, esterno Imperia Oneglia, Santuario di N.S. di Loreto, esterno
Imperia Oneglia, Santuario di N.S. di Loreto, particolare del loggiato (secolo XIX) Imperia Oneglia, Santuario di N.S. di Loreto, particolare del loggiato (secolo XIX)
Imperia Oneglia, Santuario di N.S. di Loreto, particolare del campanile (secolo XVI) e del frontone Imperia Oneglia, Santuario di N.S. di Loreto, particolare del campanile (secolo XVI) e del frontone
L'antico quartiere di Borgo Peri in una cartolina di metà Ottocento L'antico quartiere di Borgo Peri in una cartolina di metà Ottocento

Una Ecclesia Ripae extra moenia dedicata all’Assunta esisteva fin dal secolo XIV e in un documento dell’Archivio diocesano di Albenga si accenna ai danni da essa riportati a causa di una tempesta nel 1387. Il borgo dei Peri era abitato in prevalenza da pescatori e marinai, i quali assicuravano il mantenimento del santuario con una tassa su ogni barca tirata a secco. Era possibile accedervi anche dopo la chiusura delle porte della città e la probabile presenza di un portico (diverso dall’attuale) consentiva a viandanti e mulattieri di pernottare al coperto in attesa di accedere all’abitato principale di Oneglia. Dalla devozione popolare per S. Pietro derivò l’intitolazione parallela al fondatore della Chiesa di Roma, confermata dalla presenza di una cassa processionale dedicata all’Apostolo pescatore.

La cappella è citata nel testamento di Stefano Doria, che nel 1537 dispose un lascito in suo favore. Nel 1556 Brigida Doria signora di Oneglia, facendosi carico dell’elevazione spirituale dei residenti nel borgo Peri, ottenne da papa Paolo V il consenso all’istituzione di un convento di Cappuccini, cui venne assegnato l’edificio sacro. I frati fondarono una scuola, un refettorio con un pozzo e un orto, nonché un seminario per i novizi alle falde del capo Berta. Nel 1587, sotto il ducato di Carlo Emanuele I, si trasferirono nella sede di San Pantaleone a Castelvecchio, dove rimasero fino agli ultimi decenni del XIX secolo.

In occasione di una visita apostolica del cardinale Angelo Peruzzi nei territori del dominio sabaudo in Liguria, nel 1585, la chiesa fu vista dal delegato Bartolomeo Giorgi, il quale annotò la presenza di quattro altari, due dei quali in condizioni poco degne, di cui ordinava la demolizione: uno sul lato destro dell’ingresso e l’altro dalla parte opposta, “quod habet statuam B. Mariae marmorea”. Alla fine del Cinquecento, per la sua posizione isolata, venne scelta quale ricovero per malati contagiosi. Nel 1633 venne avanzata al vescovo di Albenga la richiesta di aggiungervi un piccolo oratorio, ma l’iniziativa non trovò seguito.

Una sua rappresentazione è proposta nel Theatrum Sabaudiae, l’atlante dei domini della casa Savoia redatto nella seconda metà del Seicento dal geografo di corte Tommaso Borgogno, dove la si vede affacciarsi su un sagrato (non più esistente), dal quale era possibile raggiungere la spiaggia. L’aspetto non appare molto diverso da quello moderno, se non per l’assenza delle finestre lobate e del portico ad archi acuti, costruito nel 1878 dopo l’insediamento della congregazione di San Martino, di cui parla la lapide a lato dell'ingresso. Nel corso della sua storia essa ha fatto da sede a tre confraternite: della Santissima Annunziata, della Misericordia e di San Martino, ognuna delle quali ha concorso per la propria parte a migliorie e restauri, anche per rimediare ai danni provocati dalle scorrerie di eserciti invasori e di pirati.

L’interno ad aula unica presenta, nell’attuale configurazione, due cappelle laterali a sinistra di chi entra e l’altare maggiore entro un piccolo presbiterio da cui si accede alla sacrestia. Tra le opere d’arte, oltre a quelle descritte nelle schede, si segnalano la Flagellazione di un ignoto pittore di fine Cinque o inizio Seicento, il crocifisso neoclassico degli ultimi lustri del XVIII o dei primi del XIX secolo, la statua di San Martino realizzata nel 1797 da Giuseppe Pellengo (autore l’anno successivo della Madonna del Rosario nella collegiata di San Giovani Battista) e un’ottocentesca Via Crucis. In un’urna si conserva inoltre l’integrum corpus di San Felice, donato nel 1829 dal cardinale Giorgio Doria Pamphili.

Itinerari

Questo luogo appartiene all'itinerario
Oratorio di Nostra Signora di Loreto e San Martino di Tours a Oneglia
Tipologia: Edifici religiosi
Via Unione 7 18100 Imperia (IM)

Una Ecclesia Ripae extra moenia dedicata all’Assunta esisteva fin dal secolo XIV e in un documento dell’Archivio diocesano di Albenga si accenna ai danni da essa riportati a causa di una tempesta nel 1387. Il borgo dei Peri era abitato in prevalenza da pescatori e marinai, i quali assicuravano il mantenimento del santuario con una tassa su ogni barca tirata a secco. Era possibile accedervi anche dopo la chiusura delle porte della città e la probabile presenza di un portico (diverso dall’attuale) consentiva a viandanti e mulattieri di pernottare al coperto in attesa di accedere all’abitato principale di Oneglia. Dalla devozione popolare per S. Pietro derivò l’intitolazione parallela al fondatore della Chiesa di Roma, confermata dalla presenza di una cassa processionale dedicata all’Apostolo pescatore.

La cappella è citata nel testamento di Stefano Doria, che nel 1537 dispose un lascito in suo favore. Nel 1556 Brigida Doria signora di Oneglia, facendosi carico dell’elevazione spirituale dei residenti nel borgo Peri, ottenne da papa Paolo V il consenso all’istituzione di un convento di Cappuccini, cui venne assegnato l’edificio sacro. I frati fondarono una scuola, un refettorio con un pozzo e un orto, nonché un seminario per i novizi alle falde del capo Berta. Nel 1587, sotto il ducato di Carlo Emanuele I, si trasferirono nella sede di San Pantaleone a Castelvecchio, dove rimasero fino agli ultimi decenni del XIX secolo.

In occasione di una visita apostolica del cardinale Angelo Peruzzi nei territori del dominio sabaudo in Liguria, nel 1585, la chiesa fu vista dal delegato Bartolomeo Giorgi, il quale annotò la presenza di quattro altari, due dei quali in condizioni poco degne, di cui ordinava la demolizione: uno sul lato destro dell’ingresso e l’altro dalla parte opposta, “quod habet statuam B. Mariae marmorea”. Alla fine del Cinquecento, per la sua posizione isolata, venne scelta quale ricovero per malati contagiosi. Nel 1633 venne avanzata al vescovo di Albenga la richiesta di aggiungervi un piccolo oratorio, ma l’iniziativa non trovò seguito.

Una sua rappresentazione è proposta nel Theatrum Sabaudiae, l’atlante dei domini della casa Savoia redatto nella seconda metà del Seicento dal geografo di corte Tommaso Borgogno, dove la si vede affacciarsi su un sagrato (non più esistente), dal quale era possibile raggiungere la spiaggia. L’aspetto non appare molto diverso da quello moderno, se non per l’assenza delle finestre lobate e del portico ad archi acuti, costruito nel 1878 dopo l’insediamento della congregazione di San Martino, di cui parla la lapide a lato dell'ingresso. Nel corso della sua storia essa ha fatto da sede a tre confraternite: della Santissima Annunziata, della Misericordia e di San Martino, ognuna delle quali ha concorso per la propria parte a migliorie e restauri, anche per rimediare ai danni provocati dalle scorrerie di eserciti invasori e di pirati.

L’interno ad aula unica presenta, nell’attuale configurazione, due cappelle laterali a sinistra di chi entra e l’altare maggiore entro un piccolo presbiterio da cui si accede alla sacrestia. Tra le opere d’arte, oltre a quelle descritte nelle schede, si segnalano la Flagellazione di un ignoto pittore di fine Cinque o inizio Seicento, il crocifisso neoclassico degli ultimi lustri del XVIII o dei primi del XIX secolo, la statua di San Martino realizzata nel 1797 da Giuseppe Pellengo (autore l’anno successivo della Madonna del Rosario nella collegiata di San Giovani Battista) e un’ottocentesca Via Crucis. In un’urna si conserva inoltre l’integrum corpus di San Felice, donato nel 1829 dal cardinale Giorgio Doria Pamphili.

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