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Il cammino dei pellegrini

Fino all'XI secolo i pellegrinaggi furono un fenomeno esistente ma piuttosto limitato, per l'insicurezza generale e anche per una certa diffidenza da parte della stessa Chiesa: questa pratica andava oltre il controllo delle diocesi, che era saldamente territoriale, e non era gradito agli ordini monastici. Costoro sostenevano che la propria "Gerusalemme" andasse trovata nel cuore di ogni cristiano, piuttosto che nel viaggio. Nota è l’avversione di alcuni Padri della chiesa da Sant’Agostino a Gregorio di Nissa, il più critico verso il pellegrinaggio penitenziale in Terra Santa, già praticato dai cristiani nei primi secoli. In seguito la Chiesa riconobbe nel pellegrinaggio un'esperienza fondamentale della vita religiosa e lo disciplinò, corredandolo di un apposito voto e delle relative indulgenze spirituali. Frutto di questo indirizzo fu la proclamazione dell’anno Santo nel 1300 da parte di Papa Bonifacio VIII che istituzionalizzò il pellegrinaggio giubilare romano. In quei secoli una moltitudine di persone si mosse per compiere per devozione un pellegrinaggio, vissuto come metafora dell’esistenza terrena, viaggio verso la meta ultima spirituale e celeste “patria dell’anima”. Il senso del viaggio spirituale ricorre nei filosofi francescani, prima a magnificarlo fu la significativa opera di San Bonaventura da Bagnoregio Itinerarium mentis in Deum, scritta alla Verna e nel 1219 San Francesco stesso si era imbarcato ad Ancona per visitare la Terra Santa, il Santo di Assisi aveva preso parte come messaggero di pace alla quinta crociata, ma non è certo che sia riuscito ad arrivare a Gerusalemme. L’idea del pellegrinaggio si andò configurando come idea del viaggio verso la casa del Signore e come ricorda Le Goff fa emergere la doppia dimensione dell’uomo medioevale che conduce la sua vita fra gli orizzonti limitati del villaggio, ma diventando pellegrino, si proietta nei vasti orizzonti della rea publica christiana cui sa di appartenere.  Questo desiderio si tramutava per il viandante del medioevo in una vera propria sfida giornaliera con se stesso e con la morte. All’inizio del suo viaggio il pellegrino faceva testamento, seguiva la cerimonia della vestizione con la benedizione delle vesti e degli strumenti (bordone e bisaccia) che riceveva dal sacerdote e che avrebbero contraddistinto il suo particolare stato di viaggiatore che poteva muoversi usufruendo dei servizi gratuiti degli ospitali senza pagare pedaggi e accudito dagli ordine laici e religiosi. Il viaggio si svolgeva prevalentemente a piedi, le cavalcature erano prerogativa di personaggi illustri e difficilmente utilizzabili, richiedeva tratti brevi e lunghe soste e il cammino già in epoca carolingia era disseminato di luoghi detti mansiones dove veniva offerta assistenza a pellegrini e viandanti. La memoria di queste strutture attraverso i toponimi, è uno strumento valido per identificare un tracciato e verificarlo sul territorio. Accanto a questi luoghi di sosta sono le fondazioni chiesastiche che fungevano anche da luoghi di ospitalità, dedicati a santi protettori dei pellegrini, a indicare i percorsi. Un ultimo elemento per ricostruirli è l’esistenza e la persistenza di culti, devozioni, tradizioni strettamente legate ai pellegrinaggi e ai relativi edifici religiosi. I rapporti tra le comunità che la strada ha sempre contribuito a veicolare, non solo come scambio di merce, ma anche di idee, contribuirono a far circolare tradizioni di culto come le devozioni ai martiri e ai primi evangelizzatori e in epoca alto medievale quelle provenienti dalle grandi cattedrali francesi, in particolare i culti di San Genesio, San Martino e San Remigio. Lungo i flussi del pellegrinaggio non si incontravano soltanto pii penitenti ma anche personaggi di ogni tipo, tanto che complessivamente lungo questi itinerari si sono sviluppate vere e proprie correnti di prodotti, di merci, ovvero di malattie ma anche di conoscenze, di scambi e di diffusione di comportamenti, di credenze e di culture. Accanto a questi fattori vengono veicolati anche i modelli elaborati dai principali centri di produzione artistica che in questo periodo coincidono con le grandi cattedrali europee di cui è soprattutto l’architettura ad essere caratterizzata dalla spinta unificatrice di una cultura europea che la Via Francigena e i percorsi collaterali diffondono in direzione prevalentemente nord - sud. Lungo le strade di pellegrinaggio i culti che si riscontrano più frequentemente sono quelli delle peregrinationes maiores: San Pietro e Paolo, la Santa Croce, N.S. della Misericordia protettrice dei pellegrini e San Nicola che assume un importanza significativa a partire dal IV secolo quando le reliquie del suo corpo traslate a Bari, oltre a costituire motivo per l’ultima tappa italiana del viaggio a Gerusalemme, contribuiscono a fare di questo santo il protettore dei pellegrini. Accanto alla devozione per i santi maggiori la devozione popolare assegna un posto di rilievo a molti altri: San Cristoforo (III° secolo), mitico traghettatore di Cristo preposto alla custodia dei guadi e dei ponti; Sant’Antonio Abate  (III – IV secolo) taumaturgo fondatore del monachesimo orientale il cui ordine dei frati del Tau,  con sede a Vienne nel Delfinato, era specializzato nel preparare cure e medicamenti e possedeva una rete di ospedali lungo le strade dei pellegrini; San Bartolomeo Apostolo che subendo un crudele martirio fu scorticato vivo e i suoi resti vennero traslati nel X secolo a Roma nella chiesa Tiberina a lui dedicata dai pellegrini; San Michele Arcangelo il cui culto si diffuse sotto la dominazione longobarda; San Pellegrino (VII secolo) figlio del romano Re di Scozia, pellegrino nei luoghi santi la cui diffusione si diffuse nella lucchesia dove morì; San Bernardo (XII secolo) abate benedettino fondatore dell’ordine di Citeaux che predicò la seconda crociata (1148-1151) e dettò la regola dei Cavalieri del Tempio; San Martino Vescovo (IV secolo) legato al popolo dei Franchi e tardivamente San Rocco nato a Montpellier tra il 1345 e il 1350, morto giovane, che dopo aver donato tutti sui beni ai poveri,  si dedicò all'assistenza degli ammalati di peste. E’ noto che il viaggio non era sentito dai pellegrini come un semplice mezzo funzionale ad un obiettivo, ma come un valore in sé, per il quale è certamente importante la meta ma ancora di più il fatto di averla raggiunta ed ugualmente importante è il modo, ovvero il viaggio penitenziale. Così il viaggio assumeva il valore simbolico di un vero e proprio atto di fede, di un’ascesi in rapporto ai pericoli e alla fatica, ma i tempi con la metà del XIV secolo cambiarono rapidamente anche a causa della cattività avignonese e della concessione di privilegi ad instar Jubilei (Sisto IV, bolla del 1473) che alimentarono il commercio delle indulgenze, per questa diffusa attività non mancheranno nuove condanne del pellegrinaggio nel clima innovatore dei primi indirizzi umanistici di orientamento neo agostiniano verso una nuova devozione mistica, viaggio solo dell’anima e con le nuove tendenze riformatrici. 

ITINERARI ROMEI E PER SAN JACOPO NEL TERRITORIO SPEZZINO

Il territorio della colonia di Luni, nella riorganizzazione medievale, diventò quello della diocesi omonima, dove per molti secoli i vescovi esercitarono il potere civile e amministrarono consapevoli del nodo  delle comunicazioni che passava nei luoghi dell’ antica Luna, come testimonia la concentrazione di castelli ancora esistenti, fatti erigere sulle colline che controllavano la Strata, la chiusa sotto Santo Stefano e il porto di San Maurizio nell’estuario del Magra. Nella valle del Magra si disegna una grande Y dove si intersecano alcune direttrici che poi divergono drasticamente tra di loro: itinerari romei che si incrociano e che consentono il flusso  su molteplici alternative, il punto del loro intreccio e della loro diversificazione infatti non è mai stato stabile in rapporto alla difficoltà dell’ampio guado del fiume Magra. Ciò ha determinato un destino geopolitico che prima Luni e poi Sarzana hanno cercato di controllare, ma le potenze regionali esterne, Genova, Pisa e Milano forti e interessate al controllo di questo territorio, riuscirono a mantenerlo sempre terra di confine, attraversata dalla principale via di comunicazione tra la penisola e l’Europa occidentale: la via di Monte Bardone, successivamente denominata Via Francigena o via dei Franchi. La Via Francigena nell’Area della bassa Val di Magra incontrava tre importanti percorsi. Il primo era costituito dalla via marittima jacopea di piccolo cabotaggio che dal porto di San Maurizio sul Magra, nel tempo si sposta per le alterne vicende politiche dei luoghi e per l’insabbiamento del medesimo, a Lerici, a San Bartolomeo scalo del golfo spezzino, a Portovenere e a Levanto, nella ricerca dell’approdo migliore che di volta in volta poteva variare in relazione con la situazione di maggiore sicurezza. Parallelamente esisteva una via di mezza costa che sul tracciato dell’attuale via dei Santuari delle Cinque Terre conduceva i pellegrini fino a Sestri Levante. Il terzo percorso era la Via Romea che collegava il genovesato con la Via Francigena attraverso il Passo di San Nicolao con almeno due possibili tracciati, uno più a nord che passava per Brugnato e raggiungeva Ceparana per attraversare il Magra dopo Santo Stefano, un percorso meno diretto da Borghetto scendeva a Pignone per ricollegarsi alla Via dei Santuari o raggiungere la valle di Riccò che sulla direttrice principale poteva essere raggiunta passando da Padivarma per poi raggiungere la Pieve di Marinasco e scendere nel Golfo o, continuando sulla Via delle Pievi, immettersi nella Via Francigena alla scafa di San Genesio sul Magra. Per tentare di ricostruire gli antichi itinerari dei palmieri che vanno in Terra Santa, dei romei che vanno a Roma, e dei peregrini che vanno a Santiago, distinzione espressa da Dante nella Vita Nova  XL, 1293 c.a., occorre far riferimento ad una serie di elementi: i documenti che citano e che descrivono l’itinerario (relazioni di viaggio, diari, testamenti), le strutture presenti sul territorio adatte ad ospitare i viandanti o che caratterizzavano i percorsi (ospitali, ponti, fontane), e per tutte queste testimonianza materiali è fondamentale individuare l’epoca della fondazione perché sappiamo che il viaggio verso i luoghi santi ebbe una massima espansione nei secoli XI, XII, XIII,  per declinare con la metà del XIV secolo. La viabilità del pellegrinaggio tendeva ad utilizzare percorsi esistenti e a tracciare ex novo raccordi con mete locali, dando luogo ad una ramificazione meandriforme che consentì ai tre itinerari principali Via Francigena interna, Via Romea sul tracciato dell’antica Aurelia,  ed Aemilia Scauri e itinerario per Santiago sul fronte del mediterraneo tra Luni - Sarzana e Aigües Mortes, cioè dalla foce del Magra alla foce del Rodano di incontrarsi e di intrecciarsi in più punti che diventavano essi stessi luoghi di sosta, legati alla presenza di cappelle, santuari e pievi.

Puoi consultare le tappe dell'itinerario dalla mappa interattiva o dall'elenco sottostante
Il cammino dei pellegrini

Fino all'XI secolo i pellegrinaggi furono un fenomeno esistente ma piuttosto limitato, per l'insicurezza generale e anche per una certa diffidenza da parte della stessa Chiesa: questa pratica andava oltre il controllo delle diocesi, che era saldamente territoriale, e non era gradito agli ordini monastici. Costoro sostenevano che la propria "Gerusalemme" andasse trovata nel cuore di ogni cristiano, piuttosto che nel viaggio. Nota è l’avversione di alcuni Padri della chiesa da Sant’Agostino a Gregorio di Nissa, il più critico verso il pellegrinaggio penitenziale in Terra Santa, già praticato dai cristiani nei primi secoli. In seguito la Chiesa riconobbe nel pellegrinaggio un'esperienza fondamentale della vita religiosa e lo disciplinò, corredandolo di un apposito voto e delle relative indulgenze spirituali. Frutto di questo indirizzo fu la proclamazione dell’anno Santo nel 1300 da parte di Papa Bonifacio VIII che istituzionalizzò il pellegrinaggio giubilare romano. In quei secoli una moltitudine di persone si mosse per compiere per devozione un pellegrinaggio, vissuto come metafora dell’esistenza terrena, viaggio verso la meta ultima spirituale e celeste “patria dell’anima”. Il senso del viaggio spirituale ricorre nei filosofi francescani, prima a magnificarlo fu la significativa opera di San Bonaventura da Bagnoregio Itinerarium mentis in Deum, scritta alla Verna e nel 1219 San Francesco stesso si era imbarcato ad Ancona per visitare la Terra Santa, il Santo di Assisi aveva preso parte come messaggero di pace alla quinta crociata, ma non è certo che sia riuscito ad arrivare a Gerusalemme. L’idea del pellegrinaggio si andò configurando come idea del viaggio verso la casa del Signore e come ricorda Le Goff fa emergere la doppia dimensione dell’uomo medioevale che conduce la sua vita fra gli orizzonti limitati del villaggio, ma diventando pellegrino, si proietta nei vasti orizzonti della rea publica christiana cui sa di appartenere.  Questo desiderio si tramutava per il viandante del medioevo in una vera propria sfida giornaliera con se stesso e con la morte. All’inizio del suo viaggio il pellegrino faceva testamento, seguiva la cerimonia della vestizione con la benedizione delle vesti e degli strumenti (bordone e bisaccia) che riceveva dal sacerdote e che avrebbero contraddistinto il suo particolare stato di viaggiatore che poteva muoversi usufruendo dei servizi gratuiti degli ospitali senza pagare pedaggi e accudito dagli ordine laici e religiosi. Il viaggio si svolgeva prevalentemente a piedi, le cavalcature erano prerogativa di personaggi illustri e difficilmente utilizzabili, richiedeva tratti brevi e lunghe soste e il cammino già in epoca carolingia era disseminato di luoghi detti mansiones dove veniva offerta assistenza a pellegrini e viandanti. La memoria di queste strutture attraverso i toponimi, è uno strumento valido per identificare un tracciato e verificarlo sul territorio. Accanto a questi luoghi di sosta sono le fondazioni chiesastiche che fungevano anche da luoghi di ospitalità, dedicati a santi protettori dei pellegrini, a indicare i percorsi. Un ultimo elemento per ricostruirli è l’esistenza e la persistenza di culti, devozioni, tradizioni strettamente legate ai pellegrinaggi e ai relativi edifici religiosi. I rapporti tra le comunità che la strada ha sempre contribuito a veicolare, non solo come scambio di merce, ma anche di idee, contribuirono a far circolare tradizioni di culto come le devozioni ai martiri e ai primi evangelizzatori e in epoca alto medievale quelle provenienti dalle grandi cattedrali francesi, in particolare i culti di San Genesio, San Martino e San Remigio. Lungo i flussi del pellegrinaggio non si incontravano soltanto pii penitenti ma anche personaggi di ogni tipo, tanto che complessivamente lungo questi itinerari si sono sviluppate vere e proprie correnti di prodotti, di merci, ovvero di malattie ma anche di conoscenze, di scambi e di diffusione di comportamenti, di credenze e di culture. Accanto a questi fattori vengono veicolati anche i modelli elaborati dai principali centri di produzione artistica che in questo periodo coincidono con le grandi cattedrali europee di cui è soprattutto l’architettura ad essere caratterizzata dalla spinta unificatrice di una cultura europea che la Via Francigena e i percorsi collaterali diffondono in direzione prevalentemente nord - sud. Lungo le strade di pellegrinaggio i culti che si riscontrano più frequentemente sono quelli delle peregrinationes maiores: San Pietro e Paolo, la Santa Croce, N.S. della Misericordia protettrice dei pellegrini e San Nicola che assume un importanza significativa a partire dal IV secolo quando le reliquie del suo corpo traslate a Bari, oltre a costituire motivo per l’ultima tappa italiana del viaggio a Gerusalemme, contribuiscono a fare di questo santo il protettore dei pellegrini. Accanto alla devozione per i santi maggiori la devozione popolare assegna un posto di rilievo a molti altri: San Cristoforo (III° secolo), mitico traghettatore di Cristo preposto alla custodia dei guadi e dei ponti; Sant’Antonio Abate  (III – IV secolo) taumaturgo fondatore del monachesimo orientale il cui ordine dei frati del Tau,  con sede a Vienne nel Delfinato, era specializzato nel preparare cure e medicamenti e possedeva una rete di ospedali lungo le strade dei pellegrini; San Bartolomeo Apostolo che subendo un crudele martirio fu scorticato vivo e i suoi resti vennero traslati nel X secolo a Roma nella chiesa Tiberina a lui dedicata dai pellegrini; San Michele Arcangelo il cui culto si diffuse sotto la dominazione longobarda; San Pellegrino (VII secolo) figlio del romano Re di Scozia, pellegrino nei luoghi santi la cui diffusione si diffuse nella lucchesia dove morì; San Bernardo (XII secolo) abate benedettino fondatore dell’ordine di Citeaux che predicò la seconda crociata (1148-1151) e dettò la regola dei Cavalieri del Tempio; San Martino Vescovo (IV secolo) legato al popolo dei Franchi e tardivamente San Rocco nato a Montpellier tra il 1345 e il 1350, morto giovane, che dopo aver donato tutti sui beni ai poveri,  si dedicò all'assistenza degli ammalati di peste. E’ noto che il viaggio non era sentito dai pellegrini come un semplice mezzo funzionale ad un obiettivo, ma come un valore in sé, per il quale è certamente importante la meta ma ancora di più il fatto di averla raggiunta ed ugualmente importante è il modo, ovvero il viaggio penitenziale. Così il viaggio assumeva il valore simbolico di un vero e proprio atto di fede, di un’ascesi in rapporto ai pericoli e alla fatica, ma i tempi con la metà del XIV secolo cambiarono rapidamente anche a causa della cattività avignonese e della concessione di privilegi ad instar Jubilei (Sisto IV, bolla del 1473) che alimentarono il commercio delle indulgenze, per questa diffusa attività non mancheranno nuove condanne del pellegrinaggio nel clima innovatore dei primi indirizzi umanistici di orientamento neo agostiniano verso una nuova devozione mistica, viaggio solo dell’anima e con le nuove tendenze riformatrici. 

ITINERARI ROMEI E PER SAN JACOPO NEL TERRITORIO SPEZZINO

Il territorio della colonia di Luni, nella riorganizzazione medievale, diventò quello della diocesi omonima, dove per molti secoli i vescovi esercitarono il potere civile e amministrarono consapevoli del nodo  delle comunicazioni che passava nei luoghi dell’ antica Luna, come testimonia la concentrazione di castelli ancora esistenti, fatti erigere sulle colline che controllavano la Strata, la chiusa sotto Santo Stefano e il porto di San Maurizio nell’estuario del Magra. Nella valle del Magra si disegna una grande Y dove si intersecano alcune direttrici che poi divergono drasticamente tra di loro: itinerari romei che si incrociano e che consentono il flusso  su molteplici alternative, il punto del loro intreccio e della loro diversificazione infatti non è mai stato stabile in rapporto alla difficoltà dell’ampio guado del fiume Magra. Ciò ha determinato un destino geopolitico che prima Luni e poi Sarzana hanno cercato di controllare, ma le potenze regionali esterne, Genova, Pisa e Milano forti e interessate al controllo di questo territorio, riuscirono a mantenerlo sempre terra di confine, attraversata dalla principale via di comunicazione tra la penisola e l’Europa occidentale: la via di Monte Bardone, successivamente denominata Via Francigena o via dei Franchi. La Via Francigena nell’Area della bassa Val di Magra incontrava tre importanti percorsi. Il primo era costituito dalla via marittima jacopea di piccolo cabotaggio che dal porto di San Maurizio sul Magra, nel tempo si sposta per le alterne vicende politiche dei luoghi e per l’insabbiamento del medesimo, a Lerici, a San Bartolomeo scalo del golfo spezzino, a Portovenere e a Levanto, nella ricerca dell’approdo migliore che di volta in volta poteva variare in relazione con la situazione di maggiore sicurezza. Parallelamente esisteva una via di mezza costa che sul tracciato dell’attuale via dei Santuari delle Cinque Terre conduceva i pellegrini fino a Sestri Levante. Il terzo percorso era la Via Romea che collegava il genovesato con la Via Francigena attraverso il Passo di San Nicolao con almeno due possibili tracciati, uno più a nord che passava per Brugnato e raggiungeva Ceparana per attraversare il Magra dopo Santo Stefano, un percorso meno diretto da Borghetto scendeva a Pignone per ricollegarsi alla Via dei Santuari o raggiungere la valle di Riccò che sulla direttrice principale poteva essere raggiunta passando da Padivarma per poi raggiungere la Pieve di Marinasco e scendere nel Golfo o, continuando sulla Via delle Pievi, immettersi nella Via Francigena alla scafa di San Genesio sul Magra. Per tentare di ricostruire gli antichi itinerari dei palmieri che vanno in Terra Santa, dei romei che vanno a Roma, e dei peregrini che vanno a Santiago, distinzione espressa da Dante nella Vita Nova  XL, 1293 c.a., occorre far riferimento ad una serie di elementi: i documenti che citano e che descrivono l’itinerario (relazioni di viaggio, diari, testamenti), le strutture presenti sul territorio adatte ad ospitare i viandanti o che caratterizzavano i percorsi (ospitali, ponti, fontane), e per tutte queste testimonianza materiali è fondamentale individuare l’epoca della fondazione perché sappiamo che il viaggio verso i luoghi santi ebbe una massima espansione nei secoli XI, XII, XIII,  per declinare con la metà del XIV secolo. La viabilità del pellegrinaggio tendeva ad utilizzare percorsi esistenti e a tracciare ex novo raccordi con mete locali, dando luogo ad una ramificazione meandriforme che consentì ai tre itinerari principali Via Francigena interna, Via Romea sul tracciato dell’antica Aurelia,  ed Aemilia Scauri e itinerario per Santiago sul fronte del mediterraneo tra Luni - Sarzana e Aigües Mortes, cioè dalla foce del Magra alla foce del Rodano di incontrarsi e di intrecciarsi in più punti che diventavano essi stessi luoghi di sosta, legati alla presenza di cappelle, santuari e pievi.