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Oratorio dei S.S. Antonio e Rocco (Lerici)

Tipologia: Architetture/Edifici religiosi
via del Municipio - 19028 Varese Ligure (SP)
Oratorio dei Santi Antonio e Rocco a Varese (esterno) Oratorio dei Santi Antonio e Rocco a Varese (esterno)
Oratorio dei Santi Antonio e Rocco a Varese (interno) Oratorio dei Santi Antonio e Rocco a Varese (interno)
Oratorio dei Santi Antonio e Rocco a Varese (particolare della decorazione) Oratorio dei Santi Antonio e Rocco a Varese (particolare della decorazione)

L’oratorio dei Santi Antonio e Rocco, situato accanto alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista è legato alla fondazione della confraternita omonima, costituitasi nel 1451, tutt'ora attiva, e da cui prese il nome l’edificio. Nel corso del tempo questo sodalizio consolidò i propri beni sotto la tutela della Repubblica genovese come sigla visivamente, nel sipario soprastante l’altare in stucco, il simbolo della Repubblica di Genova, segno dell’alleanza e della protezione del Senato Repubblicano. Gli Statuti già emanati nel 1638 e rinnovati nel 1654, dopo quasi due secoli di vita della confraternita, riprendono puntualmente i compiti che dovevano assolvere i confratelli, incentrati sulla carità ai più sfortunati, l’assistenza ai malati, la sepoltura dei morti e l’impegno della lavanda dei piedi nella settimana della passione, questa pratica è esemplificata negli affreschi del soffitto realizzati dal pittore Giuseppe Galeotti (1709 – 1777). Queste pratiche di devozione vennero esercitate a lungo tra gli iscritti al sodalizio, come testimoniano le bianche cappe e i tabarrini processionali in velluto blu dall’elegante ricamo in oro e argento filato il cui motivo decorativo ne declina la datazione ai primi anni dell’ottocento, conservati nella sacrestia. Nel 1563 confratelli avevano chiamato a Varese i padri Agostiniani che fecero costruire la chiesa della Santa Croce. I rapporti tra confratelli e frati all’inizio non furono tra i più felici, ma dopo una lunga disputa, dal 1584 gli Agostiniani divennero stabilmente cappellani dell’oratorio fino alla soppressione del convento nel 1799, tanto che i padri recuperarono l’antico titolo dell’Annunziata, testimoniato dalla pala dell’altare maggiore dell’oratorio. 

L’edificio presenta all’esterno la più classica delle strutture architettoniche degli oratori con tetto a capanna, l’interno ha un'unica aula per favorire il senso dello spazio unitario dedicato alla preghiera dei confratelli. E’ il ricco impianto decorativo a creare lo spazio interno dove quadri, affreschi e suntuosi stucchi dipinti e dorati nel più suntuoso barocco, e nel più fantasioso rococò, fanno da sfondo allo spettacolare teatrum sacrum creato da croci, casse processionali, statue lignee ed eleganti tabarrini. In particolare le tredici tele attribuite all’artista Antonio Lagorio attivo a Parma nel seicento, ma di provenienza genovese, datate alla  metà circa del seicento, successive alla riedizione degli statuti del 1654, si possono considerare cicli pittorici celebrativi, che come sacri murales arricchivano le aule oratoriali raffigurando in questo caso i Santi Apostoli e La Madonna dei Sette Dolori. Un successivo ripristino dell’edificio consentì il completamento della decorazione murale, pertinente alla parte sommitale e alla volta che si sviluppò in un lungo arco di tempo. Intorno al 1740 circa Giuseppe Galeotti eseguì gli affreschi del soffitto con l’integrazione di un abile quadraturista che realizzo le cornici in stucco dagli eleganti motivi rocaille. Il completamento della doratura e il rifacimento degli stalli lignei delle pareti laterali e della controfacciata, sulla base di un esistente modello seicentesco, così come l’esecuzione dei fanali dorati, dei due pastorali in legno, sono da ricondurre a “Stefano Parodi indoratore in Chiavari”, completati dopo una lunga controversia tra priore, confratelli e alcuni affittuari, protrattasi dal 1773 al 1780, che venne a determinare una brusca interruzione dei lavori fino al 1792 quando vennero conclusi. La presenza di un ricco apparato di grandi crocifissi processionali e statuaria è da ricondurre probabilmente anche al trasferimento di alcuni arredi e sculture dall’oratorio di Santa Sabina, dove si era costituita una confraternita mortis et orationis confluita nell’oratorio varesino dei disciplinanti dopo le soppressioni napoleoniche. 

Oratorio dei S.S. Antonio e Rocco (Lerici)
Tipologia: Edifici religiosi
via del Municipio 19028 Varese Ligure (SP)

L’oratorio dei Santi Antonio e Rocco, situato accanto alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista è legato alla fondazione della confraternita omonima, costituitasi nel 1451, tutt'ora attiva, e da cui prese il nome l’edificio. Nel corso del tempo questo sodalizio consolidò i propri beni sotto la tutela della Repubblica genovese come sigla visivamente, nel sipario soprastante l’altare in stucco, il simbolo della Repubblica di Genova, segno dell’alleanza e della protezione del Senato Repubblicano. Gli Statuti già emanati nel 1638 e rinnovati nel 1654, dopo quasi due secoli di vita della confraternita, riprendono puntualmente i compiti che dovevano assolvere i confratelli, incentrati sulla carità ai più sfortunati, l’assistenza ai malati, la sepoltura dei morti e l’impegno della lavanda dei piedi nella settimana della passione, questa pratica è esemplificata negli affreschi del soffitto realizzati dal pittore Giuseppe Galeotti (1709 – 1777). Queste pratiche di devozione vennero esercitate a lungo tra gli iscritti al sodalizio, come testimoniano le bianche cappe e i tabarrini processionali in velluto blu dall’elegante ricamo in oro e argento filato il cui motivo decorativo ne declina la datazione ai primi anni dell’ottocento, conservati nella sacrestia. Nel 1563 confratelli avevano chiamato a Varese i padri Agostiniani che fecero costruire la chiesa della Santa Croce. I rapporti tra confratelli e frati all’inizio non furono tra i più felici, ma dopo una lunga disputa, dal 1584 gli Agostiniani divennero stabilmente cappellani dell’oratorio fino alla soppressione del convento nel 1799, tanto che i padri recuperarono l’antico titolo dell’Annunziata, testimoniato dalla pala dell’altare maggiore dell’oratorio. 

L’edificio presenta all’esterno la più classica delle strutture architettoniche degli oratori con tetto a capanna, l’interno ha un'unica aula per favorire il senso dello spazio unitario dedicato alla preghiera dei confratelli. E’ il ricco impianto decorativo a creare lo spazio interno dove quadri, affreschi e suntuosi stucchi dipinti e dorati nel più suntuoso barocco, e nel più fantasioso rococò, fanno da sfondo allo spettacolare teatrum sacrum creato da croci, casse processionali, statue lignee ed eleganti tabarrini. In particolare le tredici tele attribuite all’artista Antonio Lagorio attivo a Parma nel seicento, ma di provenienza genovese, datate alla  metà circa del seicento, successive alla riedizione degli statuti del 1654, si possono considerare cicli pittorici celebrativi, che come sacri murales arricchivano le aule oratoriali raffigurando in questo caso i Santi Apostoli e La Madonna dei Sette Dolori. Un successivo ripristino dell’edificio consentì il completamento della decorazione murale, pertinente alla parte sommitale e alla volta che si sviluppò in un lungo arco di tempo. Intorno al 1740 circa Giuseppe Galeotti eseguì gli affreschi del soffitto con l’integrazione di un abile quadraturista che realizzo le cornici in stucco dagli eleganti motivi rocaille. Il completamento della doratura e il rifacimento degli stalli lignei delle pareti laterali e della controfacciata, sulla base di un esistente modello seicentesco, così come l’esecuzione dei fanali dorati, dei due pastorali in legno, sono da ricondurre a “Stefano Parodi indoratore in Chiavari”, completati dopo una lunga controversia tra priore, confratelli e alcuni affittuari, protrattasi dal 1773 al 1780, che venne a determinare una brusca interruzione dei lavori fino al 1792 quando vennero conclusi. La presenza di un ricco apparato di grandi crocifissi processionali e statuaria è da ricondurre probabilmente anche al trasferimento di alcuni arredi e sculture dall’oratorio di Santa Sabina, dove si era costituita una confraternita mortis et orationis confluita nell’oratorio varesino dei disciplinanti dopo le soppressioni napoleoniche.