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Arte e devozione nei secoli della Francigena in Liguria

La Via Francigena, percorso religioso e mercantile che dal nord Europa portava a Roma e quindi alla Terrasanta, risale al VII secolo quando i Longobardi, in lotta con i Bizantini, avevano la strategica necessità di collegare il Regno di Pavia con i ducati meridionali. Il tragitto scelto, un percorso fino ad allora minore, fu la strada di Monte Bardone, Mons Longobardorum, che da Fornovo e Berceto, attraverso l’attuale passo della Cisa, scendeva a Pontremoli, Aulla e Santo Stefano per giungere all’antico scalo marittimo di Luni alla foce del fiume Magra. Da lì si raggiungeva Lucca, si proseguiva per la Valle dell’Elsa fino a Siena, e quindi attraverso le valli d’Arbia, d’Orcia, la Val di Paglia e il territorio laziale ci si immetteva nell’antica Via Cassia che conduceva a Roma. Paolo Diacono sul finire del VIII secolo, riprendendo un versetto della Cronica Maiora di Beda il Venerabile, scriveva che “In quei tempi molti Angli, nobili e non nobili, uomini e donne, capi e privati, spinti dall’amore divino, usarono venire dalla Britannia a Roma”. Con la caduta dei Longobardi e l’ascesa dei Franchi, il percorso venne ampliato in direzione della Francia, prese l’attuale nome di Via Francigena che si affermò come principale via di comunicazione verso Roma e i sacri luoghi della Cristianità, venne attraversata da un flusso ininterrotto di pellegrini a cui si accompagnarono col XII secolo mercanti, artisti ed eserciti La testimonianza più importante pervenutaci a documentare l’itinerario dei pellegrini che scendevano e risalivano verso l’Inghilterra è il diario del vescovo Sigerico che nel ‘990 intraprese il viaggio verso Roma per ricevere il palio che lo avrebbe consacrato Arcivescovo di Canterbury
Nel suo viaggio di ritorno, forse proprio su suggerimento di Papa Giovanni XV, Sigerico descrisse i luoghi di passaggio e di sosta da Roma fino alla Britannia, indicando 79 stazioni dove i pellegrini potevano riposare e trovare ristoro. Nel territorio spezzino due sono le località segnalate, Luna XXVIII tappa e Sce Stephane XXIX tappa.

Ma quando si parla di Via Francigena non si deve pensare ad un’unica strada, ma ad un’area in cui le varianti territoriali venivano usate a seconda dei tipi di traffico, delle vicende politiche e delle situazioni climatiche. Santo Stefano, già indicato da Sigerico, fu tappa della via Francigena, ma a seconda delle stagioni e della situazione politica si poteva percorrere la via posta a monte che passava per il fortilizio della Brina, eretto verso la metà del secolo XI, per il volere e l’opera dei Vescovi di Luni, in contrasto con i Malaspina, a difesa e controllo della strada proveniente da Sarzana, che passando per Ponzano Alto proseguiva verso Aguilla, odierna Aulla, XXX tappa dell’itinerario di Sigerico.
Il percorso e i relativi luoghi di sosta in direzione di Roma vennero indicati successivamente anche da Nikulas di Munkathvera, abate islandese, che tra il 1151 e il 1154 si avventurò dalla Danimarca lungo la diagonale che dalle coste nord occidentali dell’Europa scendeva verso la penisola italiana, lungo un itinerario consolidato verso il quale convergevano anche i tracciati provenienti da nord in direzione dei loca sancta: le tombe degli apostoli. La traduzione latina di Ericus Christianus Werlauff, dell’itinerario percorso dall’Abate islandese (Symbolae ad Geographiam Medii Aevi, Ex Monumentis Islandicis, Hauniae MDCCCXXI), segnala un tragitto minuziosamente descritto, con l’indicazione dei giorni di percorrenza da un luogo ad un altro e nuove tappe rispetto all’itinerario di Sigerico. Nel tratto ligure-lunigianese della francigena in particolare viene ad aggiungersi una novità: “…tum Ponstremolus; inde iter diei ad convivium Mariae, Inde urbs Luna, apud quam arenae Lunenses… urbibus undique circundatae;…Inter Mariae convivium Lunamque jacent urbs Stephani & urbs Mariae. Luna juaguntur viae ex Hispania & S. Jacobo. Iter diei a Luna Luccam ducit.”

Viene infatti segnalata per la prima volta “urbs Mariae”, situata dopo Santo Stefano e prima di Luni, si tratta verosimilmente del borgo di Sarzana. In quegli anni la città di Luni aveva ottenuto dai pontefici Eugenio III e Adriano IV, rispettivamente nel 1148 e nel 1154, la protezione apostolica e la ratifica delle chiese diocesane e dei beni dipendenti e l’Imperatore Federico I aveva conferito al vescovo Pietro il comitato lunense, la città di Luni e una serie di curtes e castra. Il territorio lunense, alla metà del secolo XII, quando viene attraversato dall’abate islandese era ancora esteso dal piano alla fascia costiera, dall’estuario del fiume Magra al porto, alla fascia acquitrinosa e contigua fino all’area collinare ma già in progressivo ineluttabile abbandono. Poco più di un secolo prima la situazione era ben diversa e l’antica civitas lunense non poteva considerarsi limitata all’ambito fortificato del complesso ecclesiale, ma dovevano contornare l’edificio sacro altre costruzioni, numerosi atti vennero rogati in burgo o in foro lune, siti localizzati al di fuori della cittadella che sembrano tratteggiare una forma insediativa ancora articolata che non aveva lasciato indifferente il vescovo Sigerico, anche per la presenza di un sacro cimelio Il Preziosissimo Sangue di Gesù. La reliquia era contenuta in un ampolla che, secondo la leggenda agiografica, sarebbe giunta nel ‘740 sulla spiaggia lunense su una nave deserta insieme con il simulacro del Cristo, tratto miracolosamente dal beato Nicodemo sull’icona del sudario da cui avrà origine la devozione al Volto Santo di Lucca.

Le due reliquie vennero divise tra i vescovi, subito accorsi per ispirazione divina, delle due città di Lucca e di Luni. Un reliquiario ad arca d’argento in parte dorato, di produzione siriaca datato al secolo VIII, oggi conservato nel Museo Diocesano di Sarzana, sarebbe stato il più antico contenitore dell’ampolla. Leggermente antecedente al passaggio di Sigerico è il diploma di Ottone I del ‘963 che nomina il Castrum de Sarzano, Castrum vescovile costruito sul poggio che domina la pianura. L’insediamento di Sarzana si ampliò successivamente a partire dal secolo XI, come cita un documento del Codice Pelavicino del 1085, sul colle adiacente, posto al di sopra del piano alluvionale del torrente Calcandola con una andamento longitudinale attraversato da un antica pedemontana che si divise in tre rami, strada Regia verso il Gottero, via Aurelia e via Francigena, oggi strada statale della Cisa. La città si sviluppò dunque per una particolare condizione geografica e una scelta di carattere strategico legata alla viabilità. Mentre Sarzana si estendeva Luni, già alla fine del secolo XII, era deserta e abbandonata dal popolo, contemporaneamente nel contesto territoriale e limitrofo si erano sviluppati insediamenti sparsi e organizzate attività agricole, pastorali, di pesca e una viabilità di lunga e media percorrenza. Tra il 1201 e il 1204 vescovo e capitolo della Cattedrale di Luni decisero che era giunto il momento per la creazione di un nuovo centro diocesano, acquisirono così le due pievi rurali sarzanesi di San Basilio e Sant’Andrea, prossime all’arteria viaria della francigena.

A tale decisione non fu estranea l’importanza raggiunta proprio da quella via e, a seguito della scelta di traslare la sede diocesana, la preziosa reliquia del Sangue di Cristo fu trasportata in Sarzana giacché Gervasio di Tilbury (1155- 1235) la vide nel “Castrum Lunensis episcopi quod Sante Mariae de Sarcenae dicunt.” Durante il viaggio dell’abate islandese la preziosa reliquia probabilmente si trovava dunque ancora nella chiesa lunense, ma a Sarzana che egli attraversò, nella antica pieve di Sant’Andrea era già presente l’importante Croce lucchese di Maestro Guglielmo datata 1138. In quel sacro luogo forse ebbe modo di venerare anche il braccio di Sant’Andrea, reliquia altrettanto fondante la storia sacra locale che secondo la tradizione sarebbe giunta in Lunigiana già nell’anno seicento, dono di Papa Gregorio Magno all’amico Venanzio vescovo di Luni.
Successivamente queste ed altre reliquie saranno raccolte in sacri vasi nel piccolo ambiente soprastante l’altare della cattedrale di Santa Maria, detto delle reliquie. Al corredo di argenterie liturgiche va aggiunta, per dare seguito alla storia sacra del territorio, una Croce di primissimo ‘300, oggi conservata nel Museo Diocesano che comprende frammenti della vera Croce, del capo di Sant’Andrea, di San Francesco e San Domenico del cui incontro presso Sarzana resta viva la leggenda, portata nella processione che celebrava la festivitate sanguinis nella domenica successiva la Pentecoste.

Alla fine del XII e inizi del XIII un grande motore di crescita economico-commerciale e artistica collegato alla via francigena fu il riuso del marmo e la rinascita della scultura marmorea. Il nobile marmo delle Apuane approvvigionò le nuove costruzioni sfruttando inizialmente i giacimenti a disposizione, si fece così razzia nell’antica Luni, impiegando il niveo marmo lunense per ogni possibile riuso e con la ripresa dello sfruttamento delle vicine cave di Carrara si ricominciò a produrre nuovi manufatti e arredi. Anche a Sarzana dopo il 1202 viene avviata la costruzione della nuova cattedrale della Diocesi di Luni - Sarzana ma il trasferimento della sede vescovile fu un processo lento concluso nel 1472. Il completamento dell’edificio fu altrettanto lento, connotato da un’ornamentazione marmorea che rivela la persistenza di motivi romanici accanto un repertorio ormai gotico definito dall’uso dell’ogiva, dagli archetti trilobati, dai preziosi apparati scultorei, dalla tessitura muraria a grandi conci regolari in marmo, dal portale con lunetta a tutto sesto e dai capitelli con protomi umani e animali. La facciata di questo Duomo non si discostava molto da quelle delle Chiese delle Cinque Terre, denotando incalzanti mutamenti e una varietà di presenze diversissime spesso contemporanee.

La terra di Lunigiana da Santo Stefano a Luni ad Ortonovo fu dal punto di vista artistico nei primissimi secoli della francigena ora lombarda o ligure, ora luogo d’incontro tra maestri d’oltralpe e maestri locali, per divenire con il consolidamento di quel tragitto, estrema provincia toscana. La penetrazione della cultura figurativa toscana, non solo riferibile alle tecniche costruttive e ai programmi decorativi di maestranze pisane nella cattedrale di Sarzana, è databile ancora a prima che la Diocesi si trasferisse da Luni nella nuova sede, testimoniata dal capolavoro di Maestro Guglielmo del 1138 che va letto come “vero e proprio manifesto dell’ortodossia romana al tempo della lotta per l’investiture”. Il Crocifisso ligneo del Monastero del Corvo, recentemente datato entro la metà del XII secolo, per la dirompente drammatica forza definito “Rex tremendae Maiestatis” è, seppur parzialmente, iconograficamente legato al venerato Volto Sacro di Lucca. Ad ambiente pisano-lucchese è da ricondurre la Croce della metà del XIII secolo della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo di Nicola di Ortonovo, di scultore pisano di pieno ‘300 è il gruppo marmoreo dell’Annunciazione, trasferito dalla chiesa di Sant’Andrea in Sarzana presso il Museo Diocesano, così come a Maestro senese, strettamente legato a Guccio di Mannaia, appartiene la Croce reliquiario del primo decennio del secolo XIV. Ognuna di queste opere dichiara l’indubbia appartenenza ad ambienti e personalità per i quali la via francigena nel suo dipanarsi tra area lombarda ,ligure e toscana era stata luogo di scambio, occasione di riflessione e crescita per il lessico e la sintassi artistica del territorio lunense.

Puoi consultare le tappe dell'itinerario dalla mappa interattiva o dall'elenco sottostante
Arte e devozione nei secoli della Francigena in Liguria

La Via Francigena, percorso religioso e mercantile che dal nord Europa portava a Roma e quindi alla Terrasanta, risale al VII secolo quando i Longobardi, in lotta con i Bizantini, avevano la strategica necessità di collegare il Regno di Pavia con i ducati meridionali. Il tragitto scelto, un percorso fino ad allora minore, fu la strada di Monte Bardone, Mons Longobardorum, che da Fornovo e Berceto, attraverso l’attuale passo della Cisa, scendeva a Pontremoli, Aulla e Santo Stefano per giungere all’antico scalo marittimo di Luni alla foce del fiume Magra. Da lì si raggiungeva Lucca, si proseguiva per la Valle dell’Elsa fino a Siena, e quindi attraverso le valli d’Arbia, d’Orcia, la Val di Paglia e il territorio laziale ci si immetteva nell’antica Via Cassia che conduceva a Roma. Paolo Diacono sul finire del VIII secolo, riprendendo un versetto della Cronica Maiora di Beda il Venerabile, scriveva che “In quei tempi molti Angli, nobili e non nobili, uomini e donne, capi e privati, spinti dall’amore divino, usarono venire dalla Britannia a Roma”. Con la caduta dei Longobardi e l’ascesa dei Franchi, il percorso venne ampliato in direzione della Francia, prese l’attuale nome di Via Francigena che si affermò come principale via di comunicazione verso Roma e i sacri luoghi della Cristianità, venne attraversata da un flusso ininterrotto di pellegrini a cui si accompagnarono col XII secolo mercanti, artisti ed eserciti La testimonianza più importante pervenutaci a documentare l’itinerario dei pellegrini che scendevano e risalivano verso l’Inghilterra è il diario del vescovo Sigerico che nel ‘990 intraprese il viaggio verso Roma per ricevere il palio che lo avrebbe consacrato Arcivescovo di Canterbury
Nel suo viaggio di ritorno, forse proprio su suggerimento di Papa Giovanni XV, Sigerico descrisse i luoghi di passaggio e di sosta da Roma fino alla Britannia, indicando 79 stazioni dove i pellegrini potevano riposare e trovare ristoro. Nel territorio spezzino due sono le località segnalate, Luna XXVIII tappa e Sce Stephane XXIX tappa.

Ma quando si parla di Via Francigena non si deve pensare ad un’unica strada, ma ad un’area in cui le varianti territoriali venivano usate a seconda dei tipi di traffico, delle vicende politiche e delle situazioni climatiche. Santo Stefano, già indicato da Sigerico, fu tappa della via Francigena, ma a seconda delle stagioni e della situazione politica si poteva percorrere la via posta a monte che passava per il fortilizio della Brina, eretto verso la metà del secolo XI, per il volere e l’opera dei Vescovi di Luni, in contrasto con i Malaspina, a difesa e controllo della strada proveniente da Sarzana, che passando per Ponzano Alto proseguiva verso Aguilla, odierna Aulla, XXX tappa dell’itinerario di Sigerico.
Il percorso e i relativi luoghi di sosta in direzione di Roma vennero indicati successivamente anche da Nikulas di Munkathvera, abate islandese, che tra il 1151 e il 1154 si avventurò dalla Danimarca lungo la diagonale che dalle coste nord occidentali dell’Europa scendeva verso la penisola italiana, lungo un itinerario consolidato verso il quale convergevano anche i tracciati provenienti da nord in direzione dei loca sancta: le tombe degli apostoli. La traduzione latina di Ericus Christianus Werlauff, dell’itinerario percorso dall’Abate islandese (Symbolae ad Geographiam Medii Aevi, Ex Monumentis Islandicis, Hauniae MDCCCXXI), segnala un tragitto minuziosamente descritto, con l’indicazione dei giorni di percorrenza da un luogo ad un altro e nuove tappe rispetto all’itinerario di Sigerico. Nel tratto ligure-lunigianese della francigena in particolare viene ad aggiungersi una novità: “…tum Ponstremolus; inde iter diei ad convivium Mariae, Inde urbs Luna, apud quam arenae Lunenses… urbibus undique circundatae;…Inter Mariae convivium Lunamque jacent urbs Stephani & urbs Mariae. Luna juaguntur viae ex Hispania & S. Jacobo. Iter diei a Luna Luccam ducit.”

Viene infatti segnalata per la prima volta “urbs Mariae”, situata dopo Santo Stefano e prima di Luni, si tratta verosimilmente del borgo di Sarzana. In quegli anni la città di Luni aveva ottenuto dai pontefici Eugenio III e Adriano IV, rispettivamente nel 1148 e nel 1154, la protezione apostolica e la ratifica delle chiese diocesane e dei beni dipendenti e l’Imperatore Federico I aveva conferito al vescovo Pietro il comitato lunense, la città di Luni e una serie di curtes e castra. Il territorio lunense, alla metà del secolo XII, quando viene attraversato dall’abate islandese era ancora esteso dal piano alla fascia costiera, dall’estuario del fiume Magra al porto, alla fascia acquitrinosa e contigua fino all’area collinare ma già in progressivo ineluttabile abbandono. Poco più di un secolo prima la situazione era ben diversa e l’antica civitas lunense non poteva considerarsi limitata all’ambito fortificato del complesso ecclesiale, ma dovevano contornare l’edificio sacro altre costruzioni, numerosi atti vennero rogati in burgo o in foro lune, siti localizzati al di fuori della cittadella che sembrano tratteggiare una forma insediativa ancora articolata che non aveva lasciato indifferente il vescovo Sigerico, anche per la presenza di un sacro cimelio Il Preziosissimo Sangue di Gesù. La reliquia era contenuta in un ampolla che, secondo la leggenda agiografica, sarebbe giunta nel ‘740 sulla spiaggia lunense su una nave deserta insieme con il simulacro del Cristo, tratto miracolosamente dal beato Nicodemo sull’icona del sudario da cui avrà origine la devozione al Volto Santo di Lucca.

Le due reliquie vennero divise tra i vescovi, subito accorsi per ispirazione divina, delle due città di Lucca e di Luni. Un reliquiario ad arca d’argento in parte dorato, di produzione siriaca datato al secolo VIII, oggi conservato nel Museo Diocesano di Sarzana, sarebbe stato il più antico contenitore dell’ampolla. Leggermente antecedente al passaggio di Sigerico è il diploma di Ottone I del ‘963 che nomina il Castrum de Sarzano, Castrum vescovile costruito sul poggio che domina la pianura. L’insediamento di Sarzana si ampliò successivamente a partire dal secolo XI, come cita un documento del Codice Pelavicino del 1085, sul colle adiacente, posto al di sopra del piano alluvionale del torrente Calcandola con una andamento longitudinale attraversato da un antica pedemontana che si divise in tre rami, strada Regia verso il Gottero, via Aurelia e via Francigena, oggi strada statale della Cisa. La città si sviluppò dunque per una particolare condizione geografica e una scelta di carattere strategico legata alla viabilità. Mentre Sarzana si estendeva Luni, già alla fine del secolo XII, era deserta e abbandonata dal popolo, contemporaneamente nel contesto territoriale e limitrofo si erano sviluppati insediamenti sparsi e organizzate attività agricole, pastorali, di pesca e una viabilità di lunga e media percorrenza. Tra il 1201 e il 1204 vescovo e capitolo della Cattedrale di Luni decisero che era giunto il momento per la creazione di un nuovo centro diocesano, acquisirono così le due pievi rurali sarzanesi di San Basilio e Sant’Andrea, prossime all’arteria viaria della francigena.

A tale decisione non fu estranea l’importanza raggiunta proprio da quella via e, a seguito della scelta di traslare la sede diocesana, la preziosa reliquia del Sangue di Cristo fu trasportata in Sarzana giacché Gervasio di Tilbury (1155- 1235) la vide nel “Castrum Lunensis episcopi quod Sante Mariae de Sarcenae dicunt.” Durante il viaggio dell’abate islandese la preziosa reliquia probabilmente si trovava dunque ancora nella chiesa lunense, ma a Sarzana che egli attraversò, nella antica pieve di Sant’Andrea era già presente l’importante Croce lucchese di Maestro Guglielmo datata 1138. In quel sacro luogo forse ebbe modo di venerare anche il braccio di Sant’Andrea, reliquia altrettanto fondante la storia sacra locale che secondo la tradizione sarebbe giunta in Lunigiana già nell’anno seicento, dono di Papa Gregorio Magno all’amico Venanzio vescovo di Luni.
Successivamente queste ed altre reliquie saranno raccolte in sacri vasi nel piccolo ambiente soprastante l’altare della cattedrale di Santa Maria, detto delle reliquie. Al corredo di argenterie liturgiche va aggiunta, per dare seguito alla storia sacra del territorio, una Croce di primissimo ‘300, oggi conservata nel Museo Diocesano che comprende frammenti della vera Croce, del capo di Sant’Andrea, di San Francesco e San Domenico del cui incontro presso Sarzana resta viva la leggenda, portata nella processione che celebrava la festivitate sanguinis nella domenica successiva la Pentecoste.

Alla fine del XII e inizi del XIII un grande motore di crescita economico-commerciale e artistica collegato alla via francigena fu il riuso del marmo e la rinascita della scultura marmorea. Il nobile marmo delle Apuane approvvigionò le nuove costruzioni sfruttando inizialmente i giacimenti a disposizione, si fece così razzia nell’antica Luni, impiegando il niveo marmo lunense per ogni possibile riuso e con la ripresa dello sfruttamento delle vicine cave di Carrara si ricominciò a produrre nuovi manufatti e arredi. Anche a Sarzana dopo il 1202 viene avviata la costruzione della nuova cattedrale della Diocesi di Luni - Sarzana ma il trasferimento della sede vescovile fu un processo lento concluso nel 1472. Il completamento dell’edificio fu altrettanto lento, connotato da un’ornamentazione marmorea che rivela la persistenza di motivi romanici accanto un repertorio ormai gotico definito dall’uso dell’ogiva, dagli archetti trilobati, dai preziosi apparati scultorei, dalla tessitura muraria a grandi conci regolari in marmo, dal portale con lunetta a tutto sesto e dai capitelli con protomi umani e animali. La facciata di questo Duomo non si discostava molto da quelle delle Chiese delle Cinque Terre, denotando incalzanti mutamenti e una varietà di presenze diversissime spesso contemporanee.

La terra di Lunigiana da Santo Stefano a Luni ad Ortonovo fu dal punto di vista artistico nei primissimi secoli della francigena ora lombarda o ligure, ora luogo d’incontro tra maestri d’oltralpe e maestri locali, per divenire con il consolidamento di quel tragitto, estrema provincia toscana. La penetrazione della cultura figurativa toscana, non solo riferibile alle tecniche costruttive e ai programmi decorativi di maestranze pisane nella cattedrale di Sarzana, è databile ancora a prima che la Diocesi si trasferisse da Luni nella nuova sede, testimoniata dal capolavoro di Maestro Guglielmo del 1138 che va letto come “vero e proprio manifesto dell’ortodossia romana al tempo della lotta per l’investiture”. Il Crocifisso ligneo del Monastero del Corvo, recentemente datato entro la metà del XII secolo, per la dirompente drammatica forza definito “Rex tremendae Maiestatis” è, seppur parzialmente, iconograficamente legato al venerato Volto Sacro di Lucca. Ad ambiente pisano-lucchese è da ricondurre la Croce della metà del XIII secolo della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo di Nicola di Ortonovo, di scultore pisano di pieno ‘300 è il gruppo marmoreo dell’Annunciazione, trasferito dalla chiesa di Sant’Andrea in Sarzana presso il Museo Diocesano, così come a Maestro senese, strettamente legato a Guccio di Mannaia, appartiene la Croce reliquiario del primo decennio del secolo XIV. Ognuna di queste opere dichiara l’indubbia appartenenza ad ambienti e personalità per i quali la via francigena nel suo dipanarsi tra area lombarda ,ligure e toscana era stata luogo di scambio, occasione di riflessione e crescita per il lessico e la sintassi artistica del territorio lunense.