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Palazzo Durazzo Pallavicini (via Balbi)

Tipologia: Architetture/Ville e palazzi
- Genova

Nel 1601 il Governo della Repubblica di Genova decise l'apertura di Via Balbi, a causa dell'inadeguatezza di Via Pré a rispondere al traffico di persone e merci che da San Luca si dirigevano verso San Tommaso. La costruzione del palazzo voluto da Gio. Agostino Balbi segno l'inizio di un'opera viaria e immobiliare di grande rilievo orchestrata dalla relativa famiglia all'inizio del XVII secolo.

Tra il 1605 e il 1616 si lavorò all'apertura della strada e la costruzione dei Palazzi e delle chiese termino negli anni '60 del 600. Al 7 Febbraio 1618 risale il contratto stipulato da Gio. A. Balbi e Bartolomeo Bianco, architetto di Strada Balbi e dei suoi edifici: il terreno acquistato dal committente (ubicato tra il convento dell'Annunziata e la chiesa di S. Gerolamo, confinante a monte con le pertinenze dei Minori) era lungo e stretto e presentava una pendenza sia da est verso ovest, che verso nord.

Bianco, per "fabbricare in costa" prese spunto dalle ville genovesi, interpretando gli spazi al fine di poter creare una dimora idonea sia agli obblighi di rappresentanza, che ai ricevimenti all'aperto. L'architetto realizzò un'opera sconosciuta alla tipologia genovese dei palazzi di città: lo sviluppo in lunghezza della facciata si differenziava dagli edifici locali che occupavano solitamente uno spazio minimo su strada per poi potersi sviluppare in profondità.

Il palazzo presenta una pianta ad U: lo zoccolo in facciata accompagna il pendio della strada e decresce con l'avanzare del palazzo. Il prospetto frontale è animato da grandi finestre, prive di architravi e cornici, abbinate ai poggioli. Il portale marmoreo, le due logge che alleggeriscono il pieno volume dell'edificio (insieme al motivo a balaustra posto sopra di esse e ripetuto nel parapetto che sormonta la gronda) e il cornicione (con mensole vistose ai lati delle finestre, frammezzate da scudi, coppe ed altri rilievi) costituiscono gli unici elementi dell'apparato decorativo esterno.

La parte centrale si articola in quattro ali, due anteriori e due posteriori: ognuna delle coppie prolunga lungo l'asse della strada l'area coperta. Le ali si aprono su giardini con due ordini di loggiati e i due cortili che ne derivano hanno una funzione di disimpegno tra gli ambienti verso la strada e gli ambienti a monte. Internamente, a fianco di una disposizione planimetrica tradizionale (seminterrato inferiore, cortile, primo mezzanino, piano nobile, secondo mezzanino) il Bianco introdusse un motivo nuovo nell'architettura del palazzo di città: il passaggio dall'atrio al cortile fu realizzato tramite uno scalone centrale che poi si svolgeva in due rampe divergenti, permettendo di scalare un dislivello di quasi 3 metri e di lasciare all'atrio la sua ampiezza; esse incanalavano il percorso lungo i loggiati laterali del cortile e il percorso proseguiva poi lungo il loggiato di destra, nello scalone di accesso al piano nobile.

 

Nel 1641 morirono sia il fondatore che Bianco: del palazzo non ancora terminato se ne occupò la figlia Ottavia e quindi il marito Bartolomeo Balbi, che fu però costretto, a causa di problemi finanziari, ad affittarne una parte a G.M. Durazzo nel 1664 e a cederlo per intero a Marcello Durazzo nel 1710.

Quest'ultimo fece realizzare rilevanti modifiche architettoniche nelle parti d'accesso al palazzo: chiamò E.A. Tagliafichi che nel 1774 trasformò l'atrio (sopraelevandolo e diminuendo il dislivello) ed eliminò le rampe divergenti del Bianco, che furono sostituite da una scalinata ampia quanto l'intera larghezza dell'atrio. Anche la scala ai piani superiori fu rifatta eseguendola tutta a sbalzo in un vano unico.

Nel 1780 i lavori furono ultimati. Nei saloni affrescati da P.G. Piola, G. Boni e F.M. Costa, sono conservate opere di Reni, del Veronese, di Fiasella, di D. Piola, di Rubens, di Tiziano, di Van Dyck, del Guercino, del Carracci, del Domenichino, di Perin del Vaga e di Strozzi.

Palazzo Durazzo Pallavicini (via Balbi)
Tipologia: Architetture/Ville e palazzi
Genova

Nel 1601 il Governo della Repubblica di Genova decise l'apertura di Via Balbi, a causa dell'inadeguatezza di Via Pré a rispondere al traffico di persone e merci che da San Luca si dirigevano verso San Tommaso. La costruzione del palazzo voluto da Gio. Agostino Balbi segno l'inizio di un'opera viaria e immobiliare di grande rilievo orchestrata dalla relativa famiglia all'inizio del XVII secolo.

Tra il 1605 e il 1616 si lavorò all'apertura della strada e la costruzione dei Palazzi e delle chiese termino negli anni '60 del 600. Al 7 Febbraio 1618 risale il contratto stipulato da Gio. A. Balbi e Bartolomeo Bianco, architetto di Strada Balbi e dei suoi edifici: il terreno acquistato dal committente (ubicato tra il convento dell'Annunziata e la chiesa di S. Gerolamo, confinante a monte con le pertinenze dei Minori) era lungo e stretto e presentava una pendenza sia da est verso ovest, che verso nord.

Bianco, per "fabbricare in costa" prese spunto dalle ville genovesi, interpretando gli spazi al fine di poter creare una dimora idonea sia agli obblighi di rappresentanza, che ai ricevimenti all'aperto. L'architetto realizzò un'opera sconosciuta alla tipologia genovese dei palazzi di città: lo sviluppo in lunghezza della facciata si differenziava dagli edifici locali che occupavano solitamente uno spazio minimo su strada per poi potersi sviluppare in profondità.

Il palazzo presenta una pianta ad U: lo zoccolo in facciata accompagna il pendio della strada e decresce con l'avanzare del palazzo. Il prospetto frontale è animato da grandi finestre, prive di architravi e cornici, abbinate ai poggioli. Il portale marmoreo, le due logge che alleggeriscono il pieno volume dell'edificio (insieme al motivo a balaustra posto sopra di esse e ripetuto nel parapetto che sormonta la gronda) e il cornicione (con mensole vistose ai lati delle finestre, frammezzate da scudi, coppe ed altri rilievi) costituiscono gli unici elementi dell'apparato decorativo esterno.

La parte centrale si articola in quattro ali, due anteriori e due posteriori: ognuna delle coppie prolunga lungo l'asse della strada l'area coperta. Le ali si aprono su giardini con due ordini di loggiati e i due cortili che ne derivano hanno una funzione di disimpegno tra gli ambienti verso la strada e gli ambienti a monte. Internamente, a fianco di una disposizione planimetrica tradizionale (seminterrato inferiore, cortile, primo mezzanino, piano nobile, secondo mezzanino) il Bianco introdusse un motivo nuovo nell'architettura del palazzo di città: il passaggio dall'atrio al cortile fu realizzato tramite uno scalone centrale che poi si svolgeva in due rampe divergenti, permettendo di scalare un dislivello di quasi 3 metri e di lasciare all'atrio la sua ampiezza; esse incanalavano il percorso lungo i loggiati laterali del cortile e il percorso proseguiva poi lungo il loggiato di destra, nello scalone di accesso al piano nobile.

 

Nel 1641 morirono sia il fondatore che Bianco: del palazzo non ancora terminato se ne occupò la figlia Ottavia e quindi il marito Bartolomeo Balbi, che fu però costretto, a causa di problemi finanziari, ad affittarne una parte a G.M. Durazzo nel 1664 e a cederlo per intero a Marcello Durazzo nel 1710.

Quest'ultimo fece realizzare rilevanti modifiche architettoniche nelle parti d'accesso al palazzo: chiamò E.A. Tagliafichi che nel 1774 trasformò l'atrio (sopraelevandolo e diminuendo il dislivello) ed eliminò le rampe divergenti del Bianco, che furono sostituite da una scalinata ampia quanto l'intera larghezza dell'atrio. Anche la scala ai piani superiori fu rifatta eseguendola tutta a sbalzo in un vano unico.

Nel 1780 i lavori furono ultimati. Nei saloni affrescati da P.G. Piola, G. Boni e F.M. Costa, sono conservate opere di Reni, del Veronese, di Fiasella, di D. Piola, di Rubens, di Tiziano, di Van Dyck, del Guercino, del Carracci, del Domenichino, di Perin del Vaga e di Strozzi.