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Sebastião Salgado: Genesi

Dal 27 febbraio al 26 giugno 2016
Sottoporticato di Palazzo Ducale - Genova
Dal 27 febbraio al 26 giugno 2016 a Palazzo Ducale l’ultimo lavoro di uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi. Paesaggi immensi, una natura ancora incontaminata, tutto il patrimonio del nostro pianeta. 245 fotografie risultato di otto anni di viaggi
Sebastiao Salgado - Genesi

Forme primigenie di insediamenti, specie di animali selvaggi, tribù remote e primitive. La svolta, la coscienza ambientale di Sebastião Salgado. Questo è Genesi, la mostra allestita dal 27 febbraio al 26 giugno 2016, nel Sottoporticato di Palazzo Ducale a Genova.

Nato in Brasile nel 1944, dopo aver studiato economia all’Università, scopre la fotografia per caso, usando la Leica che sua moglie Léila, che studiava  architettura,  si era procurata per fotografare edifici. Il suo lavoro lo porta in Ruanda, in Burundi, nello Zaire, in Kenya, in Uganda. Lì, in Africa, scopre di essere un fotografo: nel 1973, a ventinove anni, d’accordo con Léila, decide di lasciare la promettente carriera di economista per diventare fotografo. Il primo importante reportage è del 1973 sulla siccità del Sahel, in seguito si occuperà della rivoluzione in Portogallo e della guerra coloniale in Angola e Mozambico,  mentre sono del 1986 i suoi scatti più famosi, quelli della miniera d’oro della Serra Pelada, nello Stato del Parà, nel Nord del Brasile, una sorta di girone dantesco in cui, a 70 metri di profondità, 50.000 uomini scavano a mani nude su un filone aurifero. 

La fotografia di Salgado si è sempre nutrita delle sue idee: negli anni Sessanta, Sebastião e sua moglie Léila sposano la causa marxista. Le sue immagini sono monumenti al lavoro fisico o denuncie dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, come “La mano dell’uomo” (Workers: an Archeology of the Industrial Age, 1993), che scaturisce da sei anni di viaggi.
E’ sempre stata così l’opera di Salgado: immergersi completamente in situazioni o contesti umani particolari, sconosciuti, lontani o dimenticati, per riemergerne con immagini epiche e apocalittiche che denunciano o fanno riflettere, il tutto senza rinunciare a cogliere la bellezza.

Lo stesso accade in Genesi, l’ultima metamorfosi di Sebastião Salgado. 
Il progetto, a cura di Lélia Wanick Salgado, è il risultato di otto anni di lavoro e oltre trenta reportage e comprende 245 fotografie frutto dei viaggi che Salgado ha compiuto nei cinque continenti. Genesi documenta, in un suggestivo bianco e nero, la straordinaria bellezza del pianeta terra.
E’ divisa in cinque parti. Si va dal Sud del Pianeta, l’Argentina, le isole dell’Antartico, all’Africa, ad alcune isole di straordinaria biodiversità definite “I Santuari del Pianeta”, come Madagascar e Papua Nuova Guinea, alle regioni fredde dell’Emisfero Nord al Colorado negli Stati Uniti. L’ultima parte è l'Amazzonia divisa tra Brasile e Venezuela e la zona del Pantanal.

In Genesi la differenza dall’opera precedente di Salgado salta subito agli occhi: l’assenza dell’uomo, se non nel suo stato primitivo. Salgado spiega questo percorso con il titolo: “L'ho chiamato Genesi – ha dichiarato - perché, per quanto possibile, desidero tornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita”.
Molto di quest’opera si ritrova nel documentario “Il sale della terra” che, nel 2014, il figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, ha realizzato con Wim Wenders, ottenendo una candidatura ai premi Oscar 2015.

Informazioni sugli orari e sui biglietti sul sito di Palazzo Ducale